Sunto dei libri letti nel 2016 – Consigli personalissimi

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Mi ero prefissata di leggerne 100 di libri, nel 2016.
Sì, lo so che tutti mi han detto – i più gentili – “Ma sei scema?”.
Ma è stato bello provarci. Nel mezzo ho dato l’esame di stato da giornalista , ho letto bigini su bigini e cose che non possono essere davvero classificate come “libri” e, forse, in questo frangente, ho perso un po’ di tempo (senza forse). Read more

Oceano Padano – L’ironia del Nord che fa commuovere e ridere insieme

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AVVERTENZA.
Questa recensione è scritta al grido di “I libri sono di chi li legge”.

Poesia, delle volte. Racconto verità, delle altre. Oceano Padano di Mirko Volpi – al quale, sì, non ho resistito, ho chiesto l’amicizia su Facebook – è un libro che, grazie a Dio, non canta delle bellezze acclarate, che tanto cosa si canta a fare delle bellezze acclarate, se la vera bellezza è vedere con gli occhi, e non leggere le bellezze acclarate?
Canta del bello di vedere i colori sotto la nebbia, di scovare i profumi che non t’aspettavi esistessero, canta di una bellezza utile, come l’acqua che irriga i campi. Fa piegare dal ridere perché, nel suo raccontare, trova ironia e commozione nelle pieghe di un grugno, inciampa nel romanticismo di una camporella improbabile al limite del fosso, nutre simpatia per una smorfia. E, soprattutto, non spiega la propria terra parlando degli altri, piccolo inganno nel quale spesso, quando si racconta di un territorio, si cade inesorabilmente.

Trova amore negli atteggiamenti crudi di un popolo – quello padano in senso stretto – che non ha la pretesa di piacere a tutti, di vantare chissà cosa. Racconta anche gli spigoli dell’Oceano padano, dei suoi confini, improbabili, dove la terra è più fertile per riderci su, per costruire teatri che si tramandano e si tramandano, nei secoli dei secoli, amen.

Scrive bene Mirko Volpi, della sua Nosadello, della noia, che noia rimane, ma della quale non si può fare a meno se nella vita si punta alla felicità. Noia, noia, una consonante e tre vocali, suono dolce e pesante allo stesso tempo.

Mi ha commosso il pezzo in cui racconta delle sue avventure da giornalista locale, lui che era per tutti “il giornalista”. Ne so qualcosa, di sagre, feste in oratorio, dell’abilità di vedere notizie dove non succede mai niente, di gente poco abituata all’idea di finire sui giornali. Salvo poi cambiare lavoro e vedere negli occhi de ” i gent” la delusione per una carriera che non ha preso il volo. A me invece capita che se in paese dico che scrivo per la Gazzetta dello Sport, ci sono dei vecchietti che, alla parola Gazzetta, aggiungono un consolatorio “Se…della Martesana”. Non ci credono, ma neanche per sbaglio.

Descrive bene i padani, ma forse i lombardi in generale, restii a smancerie, ai sentimenti ostentati. Io, figlia di un papà veneto – e quindi un poco terronico – e di una brianzola che quando le chiedo, in pieno stile Volpi, “mamma sono la cosa più importante della tua vita?”, io, figlia unica, mi sento rispondere testuali parole: “Sì, Elena, basta che adesso la smetti di rompere i coglioni, dai, su, vai, che ho i mestieri da fare!”. E non scherzo, mi dice proprio così.

Descrive l’orgoglio di volersi bene, senza dirselo, solleva tutti noi dagli obblighi formali, dal dire quello che si sente, sempre, quello che si pensa, sempre, di abbracciare i grandi temi macro del mondo, sottolineando invece il desiderio di occuparsi della semplicità del proprio universo. Esalta il silenzio e la vita vera. Parla di Milano, di quella sua forza attrattiva naturale e bella, città che chiama e poi respinge, perché un provinciale, a Milano, starà bene, perché è dannatamente bella, ma Milano non sarà mai sua completamente, così come il provinciale non apparterrà mai davvero a Milano. Il tutto, pur convivendo. Che non è poco. E qui mi viene in mente la mia amica Marta che mi dice sempre “Tu lavori a Milano, il tuo ragazzo lavora a Milano. Perchè non venite ad abitare a Milano?”, ignorando che chi nasce pesce non vive sulla terra e chi nasce in terra, in acqua, prima o poi, annega.

E’ un libro che ogni lombardo, basso o alto, con  le eccezioni del caso, dovrebbe leggere. Per riscoprirsi bello. Per ridere di sé, con consapevolezza.

Il capitolo del “funeral party” è meraviglia pura. Mi sento di aggiungere, ma solo se mi promettete che andate a leggerlo “Oceano Padano”, di Mirko Volpi, Editori Laterza, collana “Contromano”, alcune frasi epiche che ho sentito dire davanti al mio semi-suocero nella bara, qualche mese fa.
Me le sono segnate e ho contagiato tutta la famiglia del defunto che ogni tre per due veniva da me a dirmi una nuova bestialità, ridendo della morte, che poi è l’unica cosa che ci rimane da fare.
(le scrivo in italiano perché ho paura di sbagliare accenti e dittonghi e il dialetto, di qualsiasi zona sia, non perdona).
“La sua vita l’ha fatta” – un classico
“La prossima sono io” – che invece è lì che fa le corna sotto la gonna
“L’ho visto dieci giorni fa al mercato”  – il cazzaro, è a letto da due mesi e lì ci è morto.

Su quattro elementi si fonda l’Oceano Padano: acqua, letame, burro e, aggiungo, sul “par ch’al dorma”.

Open e molto più di un libro. Forse un insegnamento

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Andre Agassi Open

Lo devo ammettere senza riserve. “Open” è un bel libro, eh. Ma mi aspettavo di finirlo in pochi giorni, quasi ore – per tutti quelli che lo hanno letto è stato così, diamine! – e invece a me è andato via lento. Lento come non  mai, di pagina in pagina, di riga in riga. Ma se c’è una cosa che ho imparato, da lettrice, è proprio questa: che i libri capitano nella vita e che non sempre è colpa loro se non te li divori, se non ti piacciono. Bisogna essere in due, come nell’amore: ci sei tu, il lettore, e c’è il libro. E si vede che per “Open” avevo bisogno di tempo. Del mio tempo. Read more

Paralimpiadi – Nel 2020? La sfida è nei quattro anni precedenti

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Le Paralimpiadi di Tokyo 2020. E le Olimpiadi di Tokyo 2020

Fra quattro anni le Olimpiadi, eh“.
Penso sia importante che io chiuda l’esperienza paralimpica con un riassunto, diciamo così, ordinato , di emozioni e momenti.
Tante sono le persone che mi hanno detto che a Tokyo vorrebbero vedermi alle Olimpiadi, insomma, quelle che vengono prima delle Para.  Read more

Fertility Day – La malizia è negli occhi di chi guarda

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Stili di vita scorretti e mancato equilibrio comunicativo

Premesso che Beatrice Lorenzin, l’intero Ministero e l’agenzia creativa che si sta occupando delle campagne pubblicitarie del Fertility Day hanno appurato di avere qualche problema con l’equilibrio comunicativo, ecco, mi spiace ma nel caso della seconda campagna, quella della abitudini sane che ti aiuterebbero a procreare, stiamo toppando tutti. Read more

Rio Day non lo so più- I fischi a Giada Rossi per il tetra-loop! Siam mica all’oratorio!

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Giada Rossi, 3° posto alle Paralimpiadi

Allora, ieri sono andata a vedere il tennis tavolo. A parte che è stata una figata, che amo il ping pong perché le partite che facevo al mare al 101 perché i miei genitori non mi facevano uscire di sera fino alla veneranda età di 24 anni (no va beh, scherzo dai!) mi hanno fatto amare questo sport, anche se io l’ho sempre visto come meraviglioso “ammazzatempo”. Read more

Rio Day 4 – Frengo e i servizi igienici

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Esperienze di vita

A me questo posto mi piace perchè hai pochi appigli ai quali aggrapparti. Le devi prendere e le devi portare a casa, le cose.

POTEVATE DIRMELO – Va bene tutto. Ma qualcuno di voi doveva dirmelo che “Frengo” – che si scrive “Frango” – vuol dire “pollo”. Ne ho dovuto fare diretta esperienza e non è stato un momento di forte autocoscienza, son sincera. Piuttosto di smarrimento. Read more

Rio Day 3 – Devo essermi ambientata. Vi racconto le mamme sulla Digital

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Medaglia d’argento e mamma.

Eh, io avrei voluto tanto tanto prendere un fuso che mi permettesse di fare addominali e di arrivare a casa, pronta per entrare nel gruppo della preparazione della mia squadra che sta sudando a suon di corse e palle varie. Avrei tanto voluto aprire gli occhi a palla alle cinque del mattino e scendere nella palestra del condominio. Ma, purtroppo (purtroppo eh), niente, ho preso che dormo tutta notte, filata, come un ghiro proprio, di gusto, sogno pure. E mi sveglio un minuto prima che suoni la sveglia. Poi ve lo confesso: ho fatto pipì nella doccia, per la prima volta da quando sono qui. Mi sono ambientata, è evidente.
(per chi si sta scandalizzando, al mondo esistono due tipologie di persone: chi fa pipì nella doccia e i fottuti bugiardi).

Ieri è stata la prima giornata di gare, che si è rivelata un tritacarne vero e proprio ma che mi ha permesso di andare alla ricerca di storie interessanti e, diciamocelo, tanto note nell’ambiente paralimpico, quanto sconosciute fuori. Per esempio, c’è Yunidis Castillo che, prima di ieri, nella sua storia di atleta, aveva vinto soltanto medaglie d’oro a cinque cerchi. Mi spiego meglio: da Pechino a Londra, le volte che la cubana è salita sul podio lo ha fatto sul gradino più alto. Ne ha vinte cinque. Ieri, all’ultimo salto, una ragazza di 19 anni, la neozelandese Anna Grimaldi, l’ha battuta di pochi centimetri, portandosi a casa la medaglia più ambita e spodestandola da un Olimpo che, davvero, in pochi soltanto possono vantare e al quale pochissimi possono aspirare: “E’ la vita dell’atleta” mi ha spiegato lei. che a 10 anni è stata sbalzata fuori dal pullman sul quale stava viaggiando andando a fare una gara di judo: braccio destro amputato e le porte dell’atletica aperte per scrivere la storia. E comunque certo: è la vita dell’atleta. I miti non esistono, anche gli atleti che sembrano infallibili sono umani. E non è scontato da capire in un mondo in cui, siccome guadagni tanto, devi sopportare tanto.
Tra le altre cose, Yudinis è mamma di un bambino di 2 anni ed è tornata dopo la maternità per vincere una medaglia d’argento (mica bruscoli). Prendendo spunto da lei, sulla digital di Gazzetta dello Sport, sezione Premium, ho raccontato la storia delle mamme che nella prima giornata di gare hanno preso medaglie: sono quattro e vengono da Francia, America Cuba e Messico. Mamme? Che fanno sport? Che hanno una disabilità? Che vincono medaglie? Nothing is impossibile. Certo, bisogna metter via la tendenza al lamento (non certo solo le mamme). Se vi va, abbonatevi a Gazzetta Digital e leggete.