Terremoto – “Dove dormi stanotte” è una domanda necessaria

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Il Corriere della Sera del 26 agosto 2016.

È veramente rivoltante il modo in cui in una tragedia come quella di Amatricia, di Accumoli e di Arquata, ci sia gente – leoni da tastiera si dice, vero? – che prende la palla al balzo per tirare fuori tutta la propria voglia di lamentarsi o, anche peggio, tutto il proprio livore nei confronti della vita.

Lamentarsi è una malattia e in questi giorni ho visto lagne nei confronti di qualsiasi cosa: del governo, dei soccorsi, dei giornalisti.
Mi fermo qui: dei giornalisti. Ci vuole una bella faccia tosta a dire che i giornalisti fanno domande di merda, che le risposte che ricevono sono ovvie e che queste persone alle quali tocca rispondere, invece, vorrebbero fare altro. “Ma cosa vuoi che ti risponda?”.
Bene, vi dico un segreto: non è semplice relazionarsi con il dolore, per nessuno. Anche per coloro che sembrano a proprio agio nel raccontare le tragedie: non è facile. Che domande vuoi fare se non quelle basilari ad una persona che non ha più una casa? “Dove dormi stanotte?” esatto, provate a pensare all’agghiacciante verità. Dove dormi stanotte, dove dormi stanotte, dove dormi stanotte.
E non è che, cari i miei leoni, si può pensare di fare a meno dei giornalisti in una situazione del genere.
In primis, perché essere informati è un diritto ma pure un dovere.
E i giornalisti esistono per questo: per informare.
In secondo luogo, perché – sempre cari miei – non c’è nessuno che non vuole sapere a quanti morti siamo arrivati, non c’è nessuno che si disinteressa all’argomento perché è una tragedia che ha colpito tutti, chi più da vicino, purtroppo, chi da lontano. E se si vuole rimanere informati, è necessario che, sì, qualcuno chieda “dove dormi stanotte?”. Se gli aiuti arrivano, è perché se ne sta parlando. Come esattamente non riuscite a capire tutto questo? O meglio: come potete pensare che l’informazione vi arrivi nella sua precisione senza il “dove dormi stanotte?”.
Ovviamente, c’è chi fa meglio il proprio lavoro, chi lo fa con più tatto, chi con meno umanità, apparente o meno. Io penso che nessuno sia felice di andare a contare le bare in un parco, davvero. Certo, c’è una fase di eccitazione. Anche in questo caso, eccitazione non è felicità: ed è normale, ragazzi miei, fatevene una ragione, si chiama “adrenalina”. Ed è quella delle forze dell’ordine, quella di un medico che opera e anche quella del giornalista. È proprio questa eccitazione che fa rimanere il giornalista più freddo di un amico o di un parente nel raccontare il fatto. È una dote che serve alla comunità per rimanere informata.

Ho fatto la giornalista di cronaca per tanti anni. E ho smesso. Perché semplicemente non ci ero portata. Non ero portata a parlare con i famigliari delle vittime di incidenti stradali, non ero portata a fare fotografie davanti ad una vita spezzata, non ci ero portata. Ma non denigro il lavoro di chi lo fa con l’umanità necessaria. L’ultimo incidente di cui ho memoria non mi fa dormire ancora oggi. Quando arrivai sul posto di questo incidente, la donna era già coperta dal telo verde. Lì accanto, il cingolato che l’aveva investita e uccisa. Lei era in bicicletta. La bicicletta non c’era. La sua scarpa rossa era poco distante, messa di lato, a bloccare l’immagine della morte per sempre. Mi venne incontro il carabiniere e mi disse “Lei è la figlia?”. No sono la giornalista, gli dissi. Ero diventata bianca come un cencio. Sul muretto accanto al corpo della donna c’erano le suore del paese e dei ragazzi che pregavano. Mi misi accanto a loro. Quando arrivò una donna che urlava “Mamma, mamma dove sei?” mi alzai e me ne andai. Mi ripromisi che non avrei più fatto cronaca nera. Non certo perché la trovassi immorale, ma perché non ho la freddezza e la lucidità per farlo. Una lucidità che non è fisica quanto mentale e morale ma che non si discosta tanto dalla freddezza dei soccorritori anche se molti di voi staranno pensando che quello dei soccorritori è un ruolo più utile. E certo che lo è. Utile per la vita. Il giornalismo agisce su altri livelli: i livello della conoscenza, della diffusione della notizia che poi porta alla solidarietà di massa. Ognuno faccia il suo. Ci sono cose più importanti ma non tutti ci sono portati, altrimenti opereremmo tutti gente a cuore aperto. Sarebbe bello che ognuno di noi, ogni tanto, non sempre, pensasse a quanto è difficile fare un mestiere. Non è facile fare il giornalista inviato su un terremoto. Non denigrate. Per favore. Vogliamo tutti che ci siano meno morti possibile, ancora. Più persone messe in salvo. E più aiuti alla ricostruzione. Apprezzo il titolo del Corriere di oggi che punta sui messi in salvo. Arrivati a questo punto, a due giorni dal sisma, è una scelta di speranza. La condivido. Per il resto, che ognuno faccia la sua parte, come crede. Ma basta pensare sempre di essere più intelligenti e migliori degli altri. Almeno in queste ore.

Elena Sandre
@elenasandre

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