Open e molto più di un libro. Forse un insegnamento

open_andre_agassi_libro
Andre Agassi Open

Lo devo ammettere senza riserve. “Open” è un bel libro, eh. Ma mi aspettavo di finirlo in pochi giorni, quasi ore – per tutti quelli che lo hanno letto è stato così, diamine! – e invece a me è andato via lento. Lento come non  mai, di pagina in pagina, di riga in riga. Ma se c’è una cosa che ho imparato, da lettrice, è proprio questa: che i libri capitano nella vita e che non sempre è colpa loro se non te li divori, se non ti piacciono. Bisogna essere in due, come nell’amore: ci sei tu, il lettore, e c’è il libro. E si vede che per “Open” avevo bisogno di tempo. Del mio tempo.

Detto questo, su una cosa siamo d’accordo io e Andre Agassi: odiamo il tennis. Le parti in cui raccontava dei suoi match, dei game, dei punti, davvero, le ho mal digerite. Mentre ho amato tantissimo le pagine in cui ha raccontato la sua vita. Quelle in cui ha dato splendidamente voce al suo amore per Steffi Graff, quelle in cui ha spiegato di suo papà – sì, spiegato, non solo raccontato – l’uomo che lo ha tanto condizionato e che a me piacerebbe tanto incontrare. Fascino e carisma nella sua figura per la quale, nonostante tutto, non riesco a provare antipatia.

E’ commovente il pezzo in cui da un letto di ospedale, spiega a suo figlio Andre come attaccare il suo prossimo avversario, facendogli il segno del rovescio ma senza parlare perchè bloccato da un tubo in gola. E’ commovente pensare che la felicità degli affetti sta forse nel capire che ognuno vuole bene come può, come vuole, come è capace. Ecco, questo libro mi ha insegnato – una volta di più – questa cosa: che essere liberi significa questo. Accettare l’amore degli altri senza paragonarlo, senza le aspettative, senza aspettarsi qualcosa. E anche un libro apparentemente sportivo ti può insegnare l’amore.

E poi. Poi “Open” la racconta bene la vita dell’atleta, soprattutto quel lato misteriosamente oscuro di chi vive nel limbo tra la vita vera e la carriera sui campi, che siano da tennis, volley, basket, calcio. Tutto. Quella bi-dimensione che, spesso, ti fortifica e tante altre ti aliena e ti rende un dannato bersaglio del mondo che non ti conosce. Agassi ridona una dimensione umana all’atleta. E da giornalista sportiva è quello che tento da fare tutti i giorni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *