ferrovia

Hai paura del coronavirus? No.

L’altro giorno, un caro amico che vive all’estero mi ha fatto una domanda diretta: “Ma non hai paura?”. Gli ho risposto di no. Non ho paura di ammalarmi in un periodo di pandemia in cui tutti possiamo ammalarci: questo è un momento fuori dall’ordinario che ci ritrova tutti insieme, nello stesso attimo, con le stesse forze e le medesime debolezze. Per una volta, siamo livellati sugli stessi valori e nello stesso momento: un vantaggio fuori dal comune per chi ama i rapporti personali e i sentimenti i quali, invece, vivono per natura di spostamenti, cambi di intensità, di intenzioni non rispettate, di parole dette e pensieri non capiti, di coraggi mancati, di “lo chiamo domani” e poi non lo chiami mai.
Tutti, in questo momento, abbiamo un metro comune sulle cose, tutti abbiamo attenzione verso la vita e la morte e tutti insieme, ora, qui, in un presente che ha il bel sapore del “per sempre”, ci sentiamo vicini anche se non ci possiamo toccare.

Quel che mi fa paura, invece, ma tanta paura, quella che ti paralizza, è la quotidianità spezzata, è l’impossibilità umana di fermare il tempo che ci vede ogni giorno impegnati, l’incapacità oggettiva di goderne in eterno, è la notizia che ti arriva all’improvviso quando stai ridendo e un secondo dopo non ridi più, sono i treni che viaggiano a velocità differenti, in direzioni differenti che ci allontanano fino alle telefonate che danno tristi notizie, ah le tristi notizie che ti uniscono fino ai funerali e poi giù di ritorno sui treni che ci riportano lontani.

In fondo questo periodo stressante – sì, a me vedermi limitata la mia libertà mi pesa assai, non poter godere delle piccole abitudini mi disturba molto perchè mi piace tanto quello che faccio tutti i giorni, escluso svegliarmi prestissimo che non mi manca per niente e tornerà a non piacermi forse – questo periodo ci trova tutti ad aspettare, fermi sì, ma insieme. A sperare la stessa cosa, ad avere gli stessi pensieri, ad attendere lo stesso sole. Siamo tutti qui, in un territorio senza un reale confine eppure circondato da mura che confidiamo possano proteggerci, siamo qui che non pensiamo ognuno alle proprie priorità perchè, finalmente, ne abbiamo una comune. Abbiamo bisogno di uno spazio più piccolo che possa davvero abbracciarci. Come quando da piccola portavo tutti i giocattoli sul divano in un angolo e non chiedevo altro dalla vita.

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