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Il cielo di Lombardia

Allora, la questione è andata così. Ci dicono che un amico caro al nostro cuore più profondo è stato ricoverato per Covid-19. Terapia intensiva e angoscia galoppante. Sua figlia ha tenuto sù tutti con quel sorriso scafato e meraviglioso e maledetto che si ritrova, mio papà ha fatto finta di preoccuparsi il giusto come fanno i papà (ma lo so che non è stato così), io mi sono disperata, come al solito, buttandomi a terra senza ritegno (devo essere stata del Centro Africa in un’altra vita, perché i ritmi sono quelli, quando mi prende la paura), recitando preghiere e chiedendo a Dio per favore no, promettendogli miracoli (fatti da me! Ma resto umile!), fioretti, rinuncie, come fanno i peccatori che ci credono quando riescono in Dio ma che nei momenti peggiori hanno solo Lui al quale aggrapparsi. Mia mamma, lombarda, laboriosa e superiore senza arroganza, con la bella indipendenza di chi è fiero nella quotidianità, ha solo sentenziato con tono pacato: “Elena, come fa a non farcela? Grande, grosso e giovane com’è? Su, stai tranquilla, leggi un libro, guardati Avanti un altro, il Ciclone, fatti un bagno, lavora un po’ al computer, ma calmati, eh, dai, devi fare gli allenamenti con la squadra stasera? Meno male.. “.
Oggi l’amico del nostro cuore più profondo ci ha chiamati, abbiamo sentito la sua voce. “Mi ha rispedito giù la mia mamma” che purtroppo non è più qui, cara Maria nostra. E non gli sono sfuggite le nostre promesse, al nostro amico, quelle che gli abbiamo scritto con messaggi sul telefonino spento. Abbiamo promesso che avremmo bevuto la bottiglia più buona che abbiamo in casa alla sua prima telefonata da guarito (e domani ci toccherà ‘sta fatica). E, quando ce lo concederanno ancora e quanto vorrei non fosse fra una vita, gli ho promesso che andremo insieme a S. Siro a vedere il Milan, la SUA squadra del cuore. IO-CON-LA-MAGLIA-DEL-MILAN. Gli ho già detto che se maglia del Milan deve essere, che sia almeno quella di quel figo di Costacurta (sia mai che mi rifilano uno dei recenti petoni). Quanto era bello il cielo di Lombardia, stasera.

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I fiori al cimitero come stanno?

Giorni in cui ti affacci alla finestra, indecisa tra il sole e il freddo che punge, con il pensiero fisso di come staranno i fiori al cimitero, a tendere il collo che ti sembra di vederle, le nonne e tutti gli altri.
Che poi: non ci vai mai volentieri al cimitero e, invece, in questi giorni, ci andresti ad aprirlo e chiuderlo, con lo stesso ragionamento del cuore e del fisico che fanno i corridori che fino a un mese fa han preso l’auto per andare in garage a prendere l’auto e che oggi vorrebbero correre fino a New York, fino allo stremo, spinti da uno spirito di sopravvivenza che, prima o poi, esce in chiunque. Loro, che tanto, dai nostri balconi, abbiamo odiato settimana scorsa, io li capisco, eccome. Ma basta pensare. Su che è l’ora: ferma un attimo il lavoro che c’è da andare fino al cancello a prendere l’aria del mattino. In attesa che torni anche il mercato a parcheggiarmi proprio dove ora vado cercando il sole.

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La cattiveria che Milano

La cattiveria gratuita che riesce a raccogliere Milano quando qualcuno prova solo ad accennarle un complimento è imbarazzante. Ammiro la sua capacità di fottersene dei giudizi altrui, quella sua attitudine grande ad andare avanti a testa alta e veloce godendo della propria imperfezione con una non comune ironia. La ammiro, infine, per quelle sue porte da sempre aperte per tutti, ingrati compresi, spalancate giornalmente senza troppo clamore. E la stimo per quella santa pazienza che ogni volta sa tirare fuori quando le si nega una evidente e immensa bellezza. 

Ps: ho avuto la brillante idea di leggere, mentre facevo pipì, i commenti alla notizia di Milano come prima città italiana nella classifica della qualità della vita del Sole24Ore. Santo cielo, che peso, oh. Non ho intenzione di riportarli. Se volete rovinarvi la pipì, cercateli.

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Poesie dai binari del treno

Poesie a #RiminiFiera.

Treno per Bologna in ritardo di 20 minuti, panico da “oddio dov’è la mia carrozza, in testa o in coda, in testa o in coda?”, gente che cambia direzione di 180° che manco Ronaldo, quello più forte, prima del ginocchio. In questa quinta da Apocalisse, il controllore invisibile pensa bene di metter fretta all’orda che ride, urla, impazzisce: soffia nel suo fischietto allegramente e lo fa tre volte.

Insurrezione. “Zitto te ne devi stare!” spiega il primo uomo corpulento parlando col treno appena giunto. “Ti metto le mani addosso!” aggiunge severa ma giusta una 50enne educata in tacchi e bel vestito con falcate da due metri l’una (sempre rivolgendosi ai binari). La gente corre, saltella sul posto, è trance agonistica. Stupenda Italia dei trasporti. Stupenda. Avrei pagato per vedere la scena da dentro il treno. Peccato.

VITA DA BADANTE – Vai a letto che è tardi

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Vita da Badante | #dinotte
1.30 di notte. Scendo a prendere l’acqua. Trovo mia nonna che manovra i telcomandi di Sky e tv come fosse un magazziniere classe 1962 col muletto. Mi guarda e, quasi incazzata, mi dice: “Ma la Fiorentina?”. “Ha vinto”. “Eh, si sapeva! Vai a letto!”.
E stamattina mi ha accolto con un “Ciao Gloria”.
#BuongiornoNonna

Open e molto più di un libro. Forse un insegnamento

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Andre Agassi Open

Lo devo ammettere senza riserve. “Open” è un bel libro, eh. Ma mi aspettavo di finirlo in pochi giorni, quasi ore – per tutti quelli che lo hanno letto è stato così, diamine! – e invece a me è andato via lento. Lento come non  mai, di pagina in pagina, di riga in riga. Ma se c’è una cosa che ho imparato, da lettrice, è proprio questa: che i libri capitano nella vita e che non sempre è colpa loro se non te li divori, se non ti piacciono. Bisogna essere in due, come nell’amore: ci sei tu, il lettore, e c’è il libro. E si vede che per “Open” avevo bisogno di tempo. Del mio tempo. Read more